sabato 11 dicembre 2010

Chi la fa, l'aspetti.



Dopo due giorni di lotta impari con la tecnologia sono tornata.
Stanca e felice dopo essermi letteralmente "svuotata" a favore del pubblico.
Sarà per questo che scrivere all'alba di un concerto mi sembra sempre tanto difficile.
E' come se ogni volta dovessi in qualche modo riappropriarmi della grammatica della vita, delle sue regole quotidiane, del suo folle e inesauribile avvicendarsi. In certi momenti invece ho come la percezione che il mio mondo interiore sia fermo, saturo di tutto ciò che è mio potere prendere ed elargire. Un pedone che gira a vuoto su una scacchiera dopo lo scacco matto.
Ci vuole tempo, per riacchiappare la vita in fuga, ci vuole una "normalità" fatta di infantili giochi e monellerie, di sabati pomeriggi all'Ikea e a rimpinzarsi di Ricciarelli ricoperti di cioccolato fondente, in barba alle allergie e al mal di testa inevitabilmente conseguente. Ci vogliono cornici di legno ricoperte di improbabili colori acrilici e vernici di finitura, e anche portacandele fatti con la pasta sintentica, modellata con le mani, come quando si era bambini e tutto era "proibito".
Da adulti ci si gode molto meglio l'infanzia, in verità. Qualcuno ci ha fatto caso? 
Almeno, per me funziona così.
Chi potrà infatti impedirmi domani di passare l'intero pomeriggio davanti a "Mamma, ho perso l'aereo", o a fare biscottini allo zenzero? Chi mai potrà alzare la voce o tacere con rimprovero se sporcherò casa per addobbare il mio finto abete come l'albero della cuccagna, scartando uno Zanzibar alla nocciola ogni due campanelle appese? Chi ancora avrà l'autorità di farmi sentire piccola, estranea e fuor di posto mentre darò luce a mille fili che si sparpaglieranno intorno a rami posticci carichi di ogni ben di Dio?
La risposta è : nessuno. Non mi sentirò in colpa domani della gioia, nè del pane, nè dell'aver studiato un'ora soltanto per dare alla vita lo spazio che merita per essere vissuta. E mi saprò anche godere sfrontatamente il ricordo dell'appena passato concerto, il senso profondo avvertito in ogni singola nota, quella vertigine che l'indomani è causa di inevitabile silenzio.
Dopo aver rivoltato la propria anima a favore del prossimo bisogna ritornare alle origini, assaggiare il brodo primordiale dell'esistenza, bere dal biberon del Tempo, scrivere una lettera a Babbo Natale, diplomarsi, fare scelte sbagliate, sbagliate, ancora sbagliate e poi una giusta e finalmente risvegliarsi nel presente.
Ci si ritrova sempre, alla fine.
Ma è una lunga via, quella che dal palco riconduce a casa.

Buonanotte a tutte le renne di Rovaniemi
Francesca

2 commenti:

  1. Bellissimo post Francesca, hai davvero una scrittura fluida, piacevole, sincera... e dici con chiarezza e semplicità tante cose su cui, come al solito, non posso che essere d'accordo.

    E ora, vado a fare un salto a Rovaniemi pure io... :)

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  2. Davvero non capisco perchè non ti impegni a scrivere un libro! Leggerti è scorrevole e piacevole: sei una folle se non lo fai!
    Mentre leggevo ripensavo ai concerti ascoltati a S.Cecilia, per esempio a Dvorak e alla sua sinfonia dal Nuovo mondo. Nessuno poteva descrivere, come hai fatto tu, quel rumore assordante, nel mio caso, dello strumento condominio, una volta ritornati a casa. Dio come capisco bene quel lungo percorso che dall'estasi portava a casa...
    la senzazione era identica all'ultimo calcio ad un pallone... prima dei compiti da fare per la scuola.
    Allora farò anch'io un salto da Rovanieri.

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