lunedì 7 ottobre 2013

Foglie e stivali



Di tanto in tanto davanti allo specchio mi accorgo di non avere più 20 anni.
Di non chiamarmi Francesca, o perlomeno, non nell'accezione in cui questo nome viene solitamente pronunciato.
Di non essere capace di sogni comuni.
Ma allora, dopo tutti questi non, quale sarà l'asserzione positiva che conferisce vita e senso logico all'esistere?

Io esisto.
Ciò può bastare.
In quel pronome è condensata una storia ma anche un'immagine che ristà a prescindere di qualsiasi passato.
E' profondamente sbagliato pensare a se stessi come ad un risultato di ciò che si è vissuto.
Certo, in fondo si è anche quello. 
Ma non solo. 
Si è molto di più.

Risvegliarsi è questo: scoprire che non esistono "condanne" né blasfeme condizioni di inferiorità, qualunque sia la nostra origine, il nostro sesso, il nostro nome, la nostra età, il nostro codice di avviamento postale. 
I nomi condizionano, le carte d'identità sanno essere pericolosissime.
Ecco perchè Don Juan Matus sosteneva che per avventurarsi nella foresta della conoscenza bisognava liberarsi del proprio passato. 
Il passato - inteso come la maggior parte di noi lo intende - non è fonte di saggezza ma solo un fardello.
Noi siamo più del nostro passato, di quelle storie a cui rimaniamo così ottusamente ancorati per timore di essere dispersi nel nulla dell'esistenza.
La nostra personalità è molteplice e non conosce requie fino a quando non poniamo fine al conflitto interiore.
Fino a quando - come dice Osho - da una identità multipla non diventiamo Uno per poi ambire allo zero.
Quando coincidiamo con lo zero in realtà coincidiamo con il Tutto, siamo il Tutto.
Al di là di qualunque paradosso grammaticale.

Ci vuole coraggio per avere il satori. Ancora di più per il samadhi.
Ognuno fa quello che è in suo potere fare, ogni giorno.
E forse anche qualcosa di più.

Nathaniel