lunedì 14 marzo 2011

Stasi


E' inutile, continuo a pensare al Giappone.
Ogni minuto.
Penso al terrore, al dolore, alla sensazione di desolazione che un intero popolo sta provando mentre ciascuno di noi è seduto nella propria casa a gustare un pasto caldo magari davanti alla tv o mentre chiacchiera con un amico al telefono.
Penso a cosa debba significare ritrovarsi da un giorno all'altro senza casa, senza cibo, senza comunicazioni, magari mentre si cerca un marito, un figlio o un fratello che si scopre poi morto, seppellito da una quantità di terra e acqua di bibliche proporzioni. E tu invece sei salvo, non si sa perchè, non si sa per quanto.
E intanto le radiazioni viaggiano nell'atmosfera e se dal mare ti puoi riparare, come ti proteggi dall'aria che devi respirare?
Nel frattempo dall'altra parte del globo il campionato di calcio va avanti, Berlusconi non si dimette e la Fox continua  a mandare in onda i suoi programmi.
So già che qualcuno è pronto a replicare: "Ma cosa dovremmo fare, fermare il mondo?"
Non so qual'è la risposta giusta da dare.
Posso solo riportare la mia personale esperienza.
Quando - ormai molti anni fa - un mio caro amico mi morì pressochè accanto su una strada desolata e vuota, non solo mi stupii del fatto che il giorno seguente il sole sorgesse ancora ma mi ritrovai a non capire come il mio stesso respiro non si bloccasse, perchè il mio cuore battesse, con quale logica straziante e perversa gli "altri" vivessero le loro vite come se nulla fosse accaduto.
L'indifferenza del "mondo" innanzi alla tragedia di una perdita forse mi faceva persino più male della perdita stessa, perchè la trovavo ingiustificata, crudele, impietosa.
E subito pensai che la medesima indifferenza sarebbe stata usata se fossi stata io a morire al suo posto.
Che comunque, per quegli "altri", non avrebbe fatto alcuna differenza.
Dunque personalmente ritengo che l'ostentata indifferenza nei confronti di un intero popolo che soffre e muore sia una bestemmia, non nei riguardi di Dio, ma - ancor peggio - nei riguardi del nostro essere umani.
La maggior parte di noi forse nemmeno conosce più il significato di questa definizione.
Un uomo lo si riconosce dalla sua capacità di provare compassione, ossia dalla sua capacità di partecipare delle sofferenze altrui.
Trovo quindi disumano non sapersi più fermare a riflettere, neppure per un singolo momento.
E magari provare tristezza, rabbia, dolore, costernazione e farsi raggiungere dal pensiero tanto naturalmente umano che recita: "E se fosse successo a me? Se fosse successo alla mia famiglia, se quello che vedo disteso sull'erba privo di vita fosse il cadavere di mia figlia o di mia madre? Cosa farei, ora?"
Forse, sapere che il resto del mondo anche solo per un giorno, un'ora soltanto, si è fermato in rispetto al proprio lutto, a quella perdita che niente e nessuno potrà mai redimere per il resto della vita, consentirebbe al sopravvissuto di aver restituito almeno in parte un riflesso di dignità che la morte improvvisa strappa via senza ritegno alcuno.
Se a me fosse toccato in sorte un simile privilegio probabilmente mi sarei sentita così. Perchè se è vero che la stasi della realtà a me circostante pur per un singolo minuto  non sarebbe stata capace di lenire il dolore lacerante e muto avrebbe comunque compiuto un prezioso, immenso miracolo: mi avrebbe fatto sentire meno sola.

Giappone. Sarò umile, piccola e non varrò neanche molto.
Ma stasera io sto ferma per Te.
Francesca




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