martedì 2 novembre 2010

Riflessioni politiche


Ieri pomeriggio, conversando amabilmente su fb e parlando dei miei progetti di "fuga" verso un altro paese, sono stata sgridata. Bonariamente, intendiamoci. Ma a dire il vero  l'accusa velata di diserzione è arrivata in profondità. E da allora lavora con strumenti propri, scavandosi una tana perniciosa all'interno della mia coscienza.
Viviamo tempi terribili. Inutile certo nascondersi dietro la pubblicità delle merendine e delle auto costose.
Viviamo in modi terribili, aggiungerei. Leggendo "Germinal" (un libro che consiglio a tutti indistintamente) si vive la profonda contraddizione di essere in un mondo che nemmeno più ha coscienza dei propri privilegi, se considerate mangiare tutti i giorni un privilegio, se vivere in un casa dove se avete freddo accendete i termosifoni è un privilegio, se scegliere un compagno per la vita con una logica diversa dalla necessità e dalle contingenze è un privilegio, se non doversi alzare alle 4 ogni mattina in una stanza con altre 5 persone e andare a lavorare per 8 ore in un buco di carbone, è un privilegio.
Noi tutti abbiamo una responsabilità, una responsabilità che probabilmente ciascuno di noi ha dimenticato.
Ossia quella di rendere conto di tali privilegi e di onorarli, perchè ai nostri antenati sono costati sudore, lacrime, fatica e nella maggior parte dei casi la vita stessa.
La nostra opulenza e il nostro benessere sono figli diretti di generazioni di schiavi, schiavi della fame, della povertà e della miseria, una miseria indicibile tali sono la sua vastità e il suo orrore.
Ed ora tutti noi brancoliamo come lupi per avere il cellulare di tendenza, la villa in collina, la donna più avvenente, trasformando così anche le persone in "merce", in qualcosa da possedere per poterla esclusivamente  esibire, come in uno zoo.
E questo infatti è diventata la nostra società: uno zoo con gabbie invisibili, in cui le persone si scannano per il superfluo dimenticando tutto ciò che li ha condotti fino a quel punto, dimenticando il proprio essere umani, il valore del proprio essere vivi, la capacità di giudizio e il senso della critica.
Nessuno critica più nessuno. Nemmeno quando palesemente si commettono delle barbarie evidenti: tutto è giustificabile in nome del "possesso", dell'apparire, del "successo".
Ma cosa vuol dire avere successo? Andare in tv?
Questo lo potrei anche concepire. Ma la domanda immediatamente successiva è: andare in tv per COSA?
Io concordo che ogni società debba avere dei modelli, degli esempi a cui guardare. E la televisione è sicuramente un mezzo fantastico per far arrivare tali esempi in tutte le case. Ma mi chiedo: da quando dei modelli sensati sono stati sostituiti con esempi completamente inconcepibili tale è il loro non-senso?
Continuiamo a dire ai nostri figli e alle nostre figlie che i modelli proposti dalla tv sono sbagliati: questo è un errore magistrale! Perchè in realtà non sono modelli sbagliati, sono semplicemente dei non-modelli, dei modelli senza senso! E come degli automi ripetiamo : "Andare in tv al Grande Fratello è sbagliato! Diventare "famosi" grazie ad un'isola o al fatto che ti metti in tanga davanti ad una telecamera è un errore!"
Non è con questo messaggio che convinceremo qualcuno. Più si dice che un atto compiuto è un errore e più quel qualcuno che lo compie - e altri milioni dietro di lui - vorranno perseverare nel loro proposito.
Provate a sostenere invece che quello che fanno non ha senso, ridete con amore di loro. E la situazione cambierà. Proveranno una vergogna inaudita e forse questo farà scattare nelle loro menti il senso della critica, prima verso se stessi e poi verso il prossimo.
Tutti - o molti - si accaniscono contro Berlusconi, lo odiano e al contempo lo invidiano, ne hanno fatto una bandiera etica.
Io ho imparato a riderne. Una bandiera etica? Ma come può un uomo del genere essere una bandiera etica, nel bene o nel male?
Egli è semplicemente ciò che l'occhio ha smesso di vedere: un ometto piccolo piccolo, calvo e senza amici, senza morale e cultura, un uomo da compiangere perchè ha la sfortuna di essere ciò che è. E siccome lui internamente conosce il proprio status e bene sa che sarebbe stato impossibile evolversi, invece di innalzarsi ha compiuto l'operazione inversa: ha "abbassato" il mondo al suo livello.
Sì, Berlusconi è un uomo sfortunato che ha trascinato un intero paese nella sua sfortuna.
Ed ora noi da tale sfortuna siamo accecati perchè abbiamo fatto nostri i valori del non-senso.
Ma non è un'impresa impossibile svegliare le coscienze.
Basta munirsi di molti specchi e far vedere a ciascuno ciò che realmente è, dietro il rossetto e le calze a rete, dietro il completo da ufficio, dietro la macchina sportiva: è una persona, un essere umano malato a cui hanno strappato i sogni per sostituirli con uno spot televisivo, a cui hanno incenerito la capacità di vedere e amare una donna o un uomo sinceramente, a cui la società ha imposto una prigione senza odore in cui dimenarsi come un folle fino alla morte.
C'è speranza. Io ne sono convinta.
Mi è stato consigliato di far vedere a tutti questa speranza.
Non so ancora se lo farò, non so ancora se deciderò di mettere la mia vita al servizio del mio paese e della mia gente e di lottare per essi onestamente, con ogni fibra del mio essere.
Di una cosa però sono certa: se dovessi farlo porterei avanti il mio proposito fino alla fine, senza rimpianti e con molta forza ed infiniti sorrisi tra le lacrime.

Francesca

lunedì 1 novembre 2010

Abbacchiatus


Sigh sigh sigh...... Sob, sob, ultra-sob.......
Disperazione!
Ho solo 16 giorni per leggere 8 libri...
Significa una media di uno ogni due giorni!
Oddio!
E se non ce la faccio?
Potevo almeno valutare lo spessore dei libri prima di lanciarmi nella sfida del mese corrente, no?????
Vabbè, mi metto sotto con Germinal.
Poi Maigret in un pomeriggio dovrebbe filare via liscio. Idem per il libro di Roth.
Ma Zola è un bello zoccolo duro.
Anche se leggerlo è davvero un piacere immenso!
Cercherò di accellerare.
Bando alla pigrizia, benvenuta efficienza.
Mi metterò.... Una papera alata ai piedi!!!
Buona serata a tutti!!!
Franx



"Divorzio a Buda" di Sàndor Marai




Avrei dovuto presentare la recensione sul libro di Sàndor Marai "Divorzio a Buda" almeno due giorni fa.
Ma come si fa a scrivere di un libro che non è piaciuto?
Difficile.
Quindi sarò breve.
La narrazione fin dall'inizio mi è parsa stentata, quasi come se l'autore avesse bene in mente il contenuto da esporre ma non riuscisse a mettere a fuoco dentro di sè il modo in cui farlo. Il romanzo così diviene una sorta di continua e casuale esplosione di bolle al cui interno è contenuta una vicenda che riguarda i vari personaggi del libro: tali "esplosioni" hanno come effetto quello di rendere le storie slegate l'una dall'altra e messe sulla carta un po' a casaccio, quasi che l'autore le abbia inserite nel romanzo per "allungare il brodo".
E poi in apertura del capitolo 10 c'è una citazione musicale così evidentemente scontata da avermi irritato non poco! Poteva davvero sforzarsi a trovare di meglio. Certo, il dubbio che la banalità estrinsecata attraverso una citazione simile fosse un rispecchiamento del carattere del profilo letterario trattato in quel mentre mi è venuto. Ma è un dubbio che comunque è durato molto poco. 
Per sintetizzare, la caratterizzazione dei personaggi e delle loro vicende risulta confusa e il lettore si smarrisce nella selva dell'intreccio narrativo di per sè debole non avendo la più pallida idea di dove lo scrittore voglia condurre la trama e quale sia il baricentro strutturale e narrativo. Si ha inoltre la percezione che di per sè il valore contenutistico del romanzo abbia un suo senso logico ma che gli argomenti - trattati con eccessiva confusione -  non lascino altra traccia in chi legge se non un costante senso di smarrimento.
Ero dunque rassegnata a "zoppicare" di pagina in pagina fino alla fine del romanzo quando venni folgorata sulla via di Damasco. Dal 13° capitolo in poi tutto cambia. La coesione, la precisione ritmica, la stupenda organicità dell'espressione e dell'evoluzione della trama fanno addirittura pensare ad un'altra mano, tanto è radicale la metamorfosi. Da quel momento in poi il libro acquisisce ali proprie e si legge tutto d'un fiato. E' un monologo continuo, serrato, dolente. Un monologo che avviene in una stanza di cui quasi possiamo percepire i colori e gli odori tanto è nitida la sua descrizione, talmente forti sono i dettagli dipinti sapientemente da Marai. Personalmente credo che questo "miracolo" avvenga in quelle pagine perchè l'autore finalmente giunge al nocciolo della storia, la sua narrazione coincide con ciò di cui egli realmente voleva parlare nel romanzo e che tutto ciò che era accaduto prima di quel momento fosse soltanto un preambolo - forse mal costruito - che preparava maldestramente il  terreno a quella superba fioritura narrativa.
Dunque è un libro controverso "Divorzio a Buda", un libro su cui non posso esprimere  un definitivo giudizio perchè tale giudizio risulterebbe dicotomico, schizofrenico. E' di certo un testo "moderno" che tratta i problemi coniugali - e sociali - con una tale profetica prospettiva che leggendolo si ha quasi la sensazione di veder ritratti in esso le contraddizioni e le stranezze proprie del  nostro tempo. A questo proposito vi lascio con un pensiero che mi ha particolarmente colpito all'interno del capitolo 14:
"Vivo in un'epoca in cui ogni apprendista fabbro sogna di battere un record; nel campo di gara e in ospedale, nella politica e nel laboratorio chimico, dietro ogni cosa si sente il ticchettio del cronometro, qualcuno o qualcosa controlla i risultati, tutto è sempre più artificiosamente convulso, angosciosamente esagerato... può essere che l'amore sia carico di questa ansia, di questa ambizione, di questo anomalo e tormentoso fine, e non più un idillio, bensì una specie di competizione?"

Francesca


sabato 30 ottobre 2010

Acme emergency!


Domattina dovrei andare in palestra.
Ma dovrei anche scrivere la recensione su "Divorzio a Buda" di Marai. E studiare Piazzolla, il mio solito Sevcik e un'anticchia di Strauss. Solo allora potrei permettermi di preparare le lasagne.
E forse godermi una puntata di "Paint your life".
Perchè potrò anche essere un'intellettuale, ma sono anche una persona normale, almeno di tanto in tanto!
Per il resto della lista maledetta dovrò aspettare lunedì: pc ancora malato (lo sapevo che sarebbe andata a finire così!), cappotto da portare in tintoria, una mole di panni da stirare.
E la chiamano vita d'artista!
In certi giorni mi sembra solo di essere Willy il Coyote!
Aaaaarghhhhhhh!!!
Buonanotte

Francesca

Sorprese


Ieri sera ho avuto la conferma che si può essere bionde ed essere comunque riconosciute persone intelligenti e di talento.
Forse non accade spesso.
Ma accade.
Anche una sola volta nella vita è sufficiente a trovare un senso universale.

Grazie.
Francesca

venerdì 29 ottobre 2010

Recensione giapponese sul cd "Tentaciòn Tango"




[JAZZ CD] HIJOS ILEGITIMOS DE ASTOR Tentacion TAngo

È un nome molto raro per un gruppo e già godono di una notevole attenzione in Europa oggi. Figura centrale nella composizione e responsabile degli arrangiamenti è Alejandro Fasanini e al momento lo possiamo definire come il più importante musicista di tango del nostro tempo, invero come il successore di Astor Piazzolla.  Questa è l’orchestra di Tango del nuovo secolo. Una serie di capolavori, questo album è la vera evoluzione del Tango. Bandoneon, violino, viola, violoncello squisitamente si intrecciano con la bella voce di Valeria Visconti. Una insolita percussione all'adozione del tango, l'aspetto del ritmo è assolutamente originale.


[JAZZ CD] HIJOS ILEGITIMOS DE ASTOR/
TENTACION TANGO

あまり耳慣れないグループ名ですが、目下ヨーロッパで目覚しい注目を集めているのが彼らです。中心人物で作曲、アレンジを担当するアレハンドロ・ファサニーニは現代最重要のタンゴ音楽家として知られており、アストル・ピアソラの後継者とも呼ばれています。彼は今世紀に入り’タンゴ・オクテット’というバンドでの演奏に力を入れ、数多くの力作を世に放っていますが、このアルバムはその発展形である’テントラシオン・タンゴ’による1枚。バンドネオンとバイオリン、ビオラ、チェロ等が絶妙に絡み合い、そこにバレリア・ビスコンティの美しい歌声がフィーチャーされます。タンゴには珍しいドラムスの採用で、リズム面が強化されています



Alejandro Fasanini,   Compositore e direttore
Daniela Ferrati,   Pianoforte
Francesca Giordanino,  Violino
Aurelio Venanzi,   Viola
Andrea Agostinelli,   Violoncello
Giampaolo Ravaglia,   Contrabbasso
Gianluca Costantini,   Bandoneon
Riccardo Bertozzini,   Chitarra
Ivan Gambini,   Percussioni
Valeria Visconti,   Voce






Al mio amico Vincent


Autoritratto con orecchio bendato - gennaio 1889

Più di qualche volta durante la giornata mi capita di pensare quanto sia strano il mondo.  E quanto ancor più strani siano i suoi abitanti, ivi compresa me.
Ieri sono incappata per combinazione nella mostra di Van Gogh a Palazzo Venezia: reduce da un incontro di lavoro dietro i fori imperiali e con il pomeriggio libero mi sono detta "Perchè no?". E passetto passetto sono entrata nel mondo di Vincent e della sua bizzarra genialità. Certo a dire il vero la mostra non vale un granchè: è piccolissima, costa uno sproposito (12 euro per nemmeno un'ora di visita più 7 euro per gli auricolari di "coppia"!) e non ha nemmeno un pezzo di quelli davvero importanti, a parte qualche caso isolato: un quadro sui cipressi e un paio di indimenticabili autoritratti. Per mia fortuna avevo già visto tutto quello che si poteva vedere ad Amsterdam per cui ieri mattina più che nutrirmi delle opere di Van Gogh ho fatto quello che potrei definire come un viaggio evocativo nella sua memoria di artista e di uomo sofferente, emarginato, povero e solo. E' stata un'emozione reale vedere incorniciate pagine delle sue lettere a Theo che negli ultimi due anni ho letto e riletto decine di volte, lettere in cui lui scrive del suo disagio, della sua gioia, del suo amore per la pittura, per gli amici, per un Gaugain che forse badava troppo a se stesso per accorgersi dell'anima sottile di Vincent e della sua estrema fragilità.
Conosco Vincent in realtà come se fossi stata io stessa la custode del suo spirito, conosco i suoi eccessi e i suoi voli perchè sono gli stessi che appartengono a me. Partecipo della sua visione del mondo perchè ne condivido appieno l'etica, il baricentro spirituale. E ciò che mi ha maggiormente infastidito della mostra romana è stato probabilmente il commento superfluo e superficiale della guida audio, che blaterava una serie di inutili informazioni sugli spostamenti del pittore da una città all'altra senza centrare la poetica e la visione dell'arte che era alla base dell'urgenza che conduceva Vincent sulla tela, pur respinto dalla società come uomo e come artista. Inoltre non si fa minimo cenno al fatto che fu proprio tale forzato isolamento che lo costrinse alla follìa, aiutato in grande misura dalle difficoltà economiche perenni che lo costringevano a sentirsi un peso non solo per il fratello ma in qualche modo per l'intera umanità.
Vincent è l'esempio di come - in determinate condizioni di vita - la ciclotimia non perdoni, non conceda tregua al "male" che si espande nel cuore come una marea improvvisa, una tenebra sottile e silenziosa che tutto ingoia senza possibiltà alcuna di redenzione.
Eppure nei momenti di calma, lucidità ed euforia un uomo così malato e così disperato sapeva umilmente accostarsi ai colori e produrre un quadro come  "I mangiatori di patate",


o come la "Chiesa di Auvers sur Oise".



E proprio osservando quest'ultima tela viene da riflettere sul fatto che in fondo Vincent - prima di intraprendere la strada dell'arte -  voleva solo fare il pastore, come suo padre. Nel 1877 scrive a Theo : " Mi sento attratto dalla religione e desidero consolare gli umili. Penso che il mestiere di pittore e di artista sia bello, ma credo che il mestiere di mio padre sia più sacro." E gli riuscì, in effetti, di raggiungere il suo scopo, anche se per un breve periodo. Ma l'istituzione ecclesiastica, spaventata dal suo apostolato eccessivamente zelante (viaggia a piedi nudi per chilometri, dà tutto ciò che possiede ai poveri, dorme in una baracca con solo un pagliericcio all'interno) non gli rinnova l'incarico precedentemente affidatogli. Vincent aveva l'animo di un novello S. Francesco, voleva dare al prossimo ciò che egli per primo non aveva ricevuto. Questo sarebbe bastato a fare di lui - se non un uomo equilibrato - almeno un uomo felice. Ma come in tutte le vicende umane, la storia non si fa con i "se".
E nel 1880, privato della sua prima vocazione, si iscrive all'Accademia delle Belle Arti di Bruxelles. Ha 27 anni. E sulle sue spalle già grava una pesante serie di insuccessi:  il rifiuto da parte della  donna che amava perchè già promessa ad un altro uomo nel '74, il licenziamento come mercante d'arte nel '76 e infine l'allontanamento forzato dalla sua missione di apostolato nel '79 . A questo si aggiunge la pesante e continua indigenza in cui trascina la sua vita da sempre. Eppure in lui sopravvive una forza, una luce, quella speranza atavica a cui si aggrappano coloro che pur perduti nella nebbia sanno che prima o dopo ritroveranno la strada. "Come quello che si è rotolato come se fosse sballottato da un mare tempestoso arriva infine a destinazione, così quello che è sembrato buono a niente, e incapace di ricoprire un posto o una funzione, finisce per trovarne una e, attivo e capace di azione, si dimostra completamente diverso da quello che era sembrato a prima vista" (Lettera a Theo, luglio 1880).
In qualche modo per lui la pittura diventa un nuovo viatico per giungere al cuore degli uomini: sulla tela gli è concessa la libertà di riprendere quel cammino interrotto dal fato, dall'altrui incapacità di riconoscere il valore, di considerare il coraggio dell'onestà  una  forma pericolosa e strisciante di insurrezione.  E Vincent - scegliendo comunque se stesso a proprio discapito - continuerà nei restanti 10 anni della sua vita a percorrere quella strada, solo.
L'unico momento di vera gioia lo conoscerà nell'autunno dell'88 quando Gauguin - dopo un'accurata trattativa da parte del fratello Theo - si trasferisce ad Arles a vivere insieme a lui, in quella che diventerà la famosa "casa gialla".

La casa gialla - Arles 1888

Il proposito di Vincent era quello di fondare una comunità di pittori ad Arles, una fucina di intellettuali che dessero nuova spinta all'evoluzione artistica attraverso il confronto diretto e una onesta collaborazione. Un modo per uscire da quell'utero di solitudine estrema in cui la vita lo aveva da sempre ricacciato. "Ora, se io fondo uno studio-asilo all'ingresso del sud, non è una cosa tanto idiota. E proprio in questo modo possiamo lavorare serenamente. Se gli altri diranno che è troppo lontano da Parigi, ebbene lasciali dire, tanto peggio per loro. Perchè il più grande colorista di tutti, Eugène Delacroix, ha creduto indispensabile andare nel sud e fino all'Africa? (...) E tutti i veri coloristi dovranno arrivare a questo, ad ammettere cioè che esiste un altro colore, diverso da quello del nord." (Lettera a Theo, Arles 18 settembre 1888).
L'esperimento di convivenza però - nemmeno a dirlo - fallisce miseramente. Paul Gaugain, attirato ad Arles dalla prospettiva di raccogliere denaro attraverso la vendita dei propri quadri per poi trasferirsi in Martinica, rimane totalmente deluso dalla città che giudica "il luogo più sporco del Mezzogiorno". Non riesce ad entrare nell'ottica di Van Gogh sia da un punto di vista artistico che umano ed è infastidito dalle disordinate abitudini di Vincent e dalla sua incapacità di gestire il denaro in comune. Vincent sa che Gauguin partirà presto, lo avverte con sempre maggiore lucidità e ciò fa scattare in lui un misto tra rabbia e rassegnazione. Il 23 dicembre scrive al fratello : "Credo che Gauguin si sia un po' scoraggiato della piccola città di Arles, della piccola casa gialla nella quale lavoriamo, e soprattutto di me. Infatti ci sono per lui, come per me, molte difficoltà gravi da vincere. Ma queste difficoltà sono soprattutto in noi. Insomma credo che partirà decisamente oppure resterà definitivamente. Prima di agire gli ho detto di riflettere e di rifare i suoi calcoli. Gauguin è molto forte, è un grande creatore, ma proprio per questo gli occorre la pace. La troverà altrove se non la trova qui? Aspetto che prenda la sua decisione in assoluta serenità."
Al contrario di quanto dichiarato a Theo, Vincent non è affatto sereno e quella sera stessa - secondo una versione fornita da Gauguin - tenta di aggredire il collega con un rasoio. Sconvolto ed impaurito Gauguin decide di lasciare la casa gialla e dorme in albergo. Van Gogh rimasto solo per l'ennesima volta, ubriaco e in preda all'angoscia per il proprio operato, si recide il lobo dell'orecchio sinistro e lo fa recapitare a Gauguin avvolto in un foglio di giornale. Alfine gli era rimasta solo l'auto-mutilazione per chiedere scusa al mondo di esistere, per essere perdonato del sopravvivere del suo dolore che tutto spazzava via, quel tormento insaziabile che recideva ogni legame e lo abbandonava nel vuoto. Gauguin avverte il fratello Theo e parte immediatamente, lasciando Vincent a combattere per 3 giorni sospeso tra la vita e la morte. Eppure ancora una volta la presenza umana di suo fratello giunto di corsa da Parigi lo salverà, quella fiammella di calore e di affetto riusciranno a trattenerlo ancora in vita, pur ricacciandolo nell'oscurità del suo male.
Nel marzo del 1889 una petizione firmata da 80 cittadini chiede l'allontanamento del pittore da Arles.  A tal proposito egli scrive :"L'artista è, alla fine, un uomo che lavora e non è il primo babbeo venuto che può sconfiggerlo... Sogno di accettare con fermezza il mio mestiere di pazzo così come Degas ha preso l'aspetto di un notaio".
Ma è il matrimonio del fratello nell'aprile del 1889 e la nevrosi che ad esso segue a distruggere ogni suo tentativo ulteriore di lotta. L'8 maggio si arrende all'evidenza del suo stato e si fa ricoverare spontaneamente nella casa di cura di Saint-Paul-de-Manson, presso Saint-Rèmy-de-Provance, dove resterà fino al gennaio del 1890. 


La ronda dei prigionieri - 1890

Vincent sa di aver perduto. Sa che il successo in cui tanto aveva sperato e creduto sino allo sfinimento non arriverà mai e con esso non arriverà mai l'accettazione da parte del mondo nei riguardi del suo sentire, del suo stesso essere uomo così connaturato al suo male e alla sua arte. Egli sa di essere alla fine della sua lunga guerra. Scrive al suo amico e pittore Bernard : "Per tutto l'anno ho pasticciato dal vero, senza pensare all'impressionismo, nè a questo nè a quello. Ancora una volta però mi lascio andare ad acchiappare delle stelle troppo grandi e - nuovo fallimento - ne ho abbastanza" (20 novembre 1889).
  
       Ah, caro Vincent, quali sono le stelle troppo lontane? Son forse queste?


Notte stellata - giugno 1889


Eppure la tua arte te le rende così vicine, talmente accessibili da neanche fartene rendere conto, non è così?
Sei arrivato al punto in cui il tuo male ti rende cieco e insonne mentre la tua coscienza "dorme" la realtà, perchè lo spirito non è più in grado di ricevere ulteriori schiaffi ed umiliazioni. Allora precipiti nel nulla da cui proviene il tuo tutto ed in esso ottundi i sensi che ti sono nemici. Caro Vincent, sarebbe bastata una mano amica, una sola, per risollevare ancora una volta la tua speranza ed indurla a credere che forse un giorno il mondo ti avrebbe dato anche solo una misera parte di ciò che meritavi! Ma quella mano mai giunse. E tu scrivevi ancora affondato nel forzato oblìo di Saint-Rèmy: "L'ambiente qui comincia a pesarmi più di quanto possa dirti - in fede mia ho pazientato più di un anno - ho bisogno di aria, mi sento rovinato dalla noia e dal dolore. E poi il lavoro urge, qui perderei tempo. Perchè dunque, ti chiedo, hai paura di incidenti - non è questo che deve spaventarti, in fede mia da quando sono qui ne vedo cadere o dar fuori di senno ogni giorno. Quello che è più importante è cercare di limitare la disgrazia. Ti assicuro che è già qualcosa essersi rassegnati a vivere sotto sorveglianza, anche se questa è simpatica, e a sacrificare la propria libertà, e a tenersi fuori dalla società, e a non avere che lavoro senza distrazioni. Tutto ciò mi ha scavato rughe che non si cancelleranno. (...)  La mia pazienza è al limite, mio caro fratello, non ne posso più, bisogna cambiare, anche in peggio." (29 aprile 1990).
E così sarà.
Uscito dal manicomio Vincent si trasferisce ad Auvers-sur-Oise dove di lui si occupa il dottor Gachet e conducendo una vita semplice riesce a produrre circa 80 tele in poco più di due mesi. Ma la sua psiche è allo stremo delle forze. Nel luglio viene a sapere non solo che Theo non si unirà a lui per le vacanze estive ma che pure Gauguin ha rifiutato il suo invito.
L'ombra della solitudine estrema avanza su di lui.
Il 27 luglio rientra a casa dai campi dove si recava quotidianamente a dipingere e dichiara ad una coppia di coniugi suoi vicini di essersi sparato. Accorre dapprima il dottor Gachet e poi Theo a cui Vincent dirà: "L'ho fatto per il bene di tutti, ho mancato il colpo ancora una volta". Morirà 3 giorni dopo, il 30 luglio 1990 e a soli 6 mesi di distanza si spegnerà anche il fratello Theo, colpito inesorabilmente al cuore dalla tristezza per la fine di Vincent.


Campo di grano con corvi - 1890


"Più di qualche volta durante la giornata mi capita di pensare quanto sia strano il mondo. E quanto ancor più strani siano i suoi abitanti, ivi compresa me."
E' proprio così. Il mondo è strano, per non dire crudele. Lo definiamo bizzarro per non sottometterci all'evidenza della sua parzialità, della sua mediocre capacità di scegliere chi far vivere e chi morire.
Di tanto in tanto immagino quanto vorrei possedere un quadro di Vincent per poter piangere davanti ad esso ogni giorno. Questo sarebbe un infinitesimale prezzo che io - in quanto rappresentante dell'umanità - sento di dover pagare per espiare l'ignobile colpa di aver tradito e soffocato l'anima pura ed esposta di un artista siffatto. Ogni giorno vorrei poter piangere innanzi ai suoi colori, all'astrazione delle sue forme per fargli giungere - ovunque egli sia - una piccola rata del suo credito verso la vita.  
Oggi un suo dipinto vale milioni di euro e lui è morto povero, solo, schiacciato dal peso della sua inutilità, ucciso dal suo senso di colpa verso un mondo che lo aveva rifiutato, lo aveva reso un reietto, un "pazzo" da cui l'umanità si arrogava il diritto di fuggire per mettere al riparo la propria immonda moralità, il proprio sordido commercio di anime.
Ma in ogni caso la speranza e la luce dell'artista permangono, rivivono attraverso gli occhi di coloro che si posano, ammirati, sopra le sue opere e riconducono lo spirito verso sentieri migliori di quelli toccati in sorte all'infausto sognatore. Egli stesso ebbe un giorno la medesima speranza e almeno in questa noi non lo abbiamo tradito:
"Sento il bisogno di produrre fino ad esserne schiacciato moralmente e vuotato fisicamente, proprio perchè non ho nessun altro mezzo per equilibrare le nostre spese.
Non posso farci niente se i miei quadri non si vendono.
Ma verrà il giorno in cui si vedrà che valgono di più del prezzo del colore e della vita, anche se molto misera, che ci sto rimettendo."
Amen





giovedì 28 ottobre 2010

Inverno ad oltranza


Ogni tanto mi incazzo. So che non dovrei: il bagaglio di esperienza alle spalle mi ha insegnato quanto sia inutile e controproducente.
Eppure ancora mi incazzo quando mi dò da fare per un progetto comune e nessuno me ne riconosce il merito.
Mi incazzo quando constato che la gente è sempre e solo disposta a prendere senza dare nulla.
Mi incazzo quando la stessa gente si stupisce che tu dia senza pretendere nulla in cambio, se non un "grazie", se non una parola gentile quasi doverosa in certe situazioni.
Mi incazzo quando i valori base dell'educazione vengono dimenticati a favore di non si sa bene quali alternativi indirizzi morali.
Mi incazzo quando la propria professionalità e serietà vengono messe in dubbio da persone di incerto valore, quando non viene mai resa giustizia a chi arriva in orario contro chi arriva in ritardo, a chi fa il proprio dovere e si vede penalizzare costantemente da una mandria di buffoni incompetenti e senza riguardo per il tempo e il lavoro altrui.
Mi incazzo. E mi attacco alla riserva di Malox o mi preparo una camomilla.
Ma a poco serve. In certi momenti bisognerebbe vivere con una flebo di Prozac da mani a sera infilata in vena per riuscire a tirare avanti. Oppure optare per una sana lobotomia, in modo da essere del tutto intoccati dall'altrui bassezza.
Una soluzione drastica stile "Qualcuno volò sul nido del cuculo".
Ma - ahimè - ancora non mi hanno ricoverato in un centro psichiatrico e non sono nemmeno in lista per sottopormi ad una simile balsamica operazione.
Quindi continuerò ad andare a letto incazzata e svegliarmi incazzata, inutilmente.
Sapendo perfettamente che chi dovrebbe passare notti insonni roso dalla propria incapacità o egoismo dorme i sonni migliori dell'universo.
E allora cosa mi rimane da fare?
Aspettare. Come i cinesi. Aspettare sulla riva paziente in attesa che qualcosa accada, che il vento cambi come in "Chocolat", che la furia dal nord si plachi e cominci a spirare una deliziosa brezza australe capace di sciogliere i ghiacci e placare le tempeste.
Aspetto la primavera.
I semi da piantare sono già messi da parte.

Francesca

martedì 26 ottobre 2010

A letto con Sandor


Bene. La sfida dei libri è in corso. Siamo arrivati a 3 recensioni su 12.
Stasera inizierò "Divorzio a Buda". Se tutto va bene, in un paio di giorni dovrei finirlo.
E comunque già sto pensando alla prossima lista.
Che emozione!
Certamente il primo sarà quello di Qiu Xiaolong  "La misteriosa morte della compagna Guan", scelto sotto suggerimento della cara Giulia. Poi ci sarà "L'incognita" di Hermann Broch (che temo sia fuori catalogo e non so come farò a recuperare), anch'esso inscritto sotto suggerimento di un amico prezioso e certamente il racconto di Alessio Gradogna inserito nella raccolta "Pater Noster". Altro libro che vorrei includere è quello di Vladimir Dudincev "Non si vive di solo pane", pressochè introvabile se non nelle librerie che trattano antiquariato. E se non riuscirò a metter le mani su quel russo ne cercherò un altro. Perchè la Russia di tanto in tanto deve tornare sul mio piatto, altrimenti soffro di una carenza di zuccheri sovietici!!!
Attendo comunque le vostre segnalazioni che mi saranno preziose per completare la lista dei miei prossimi dodici "amici" da leggere in 30 giorni!
Ora vi lascio.
Sandor Marai attende.

Buonanotte a tutti
Francesca

Jack London, il visionario



"Il genere umano è condannato a sprofondare sempre più nella notte primordiale prima di ridare la sua cruenta scalata alla civiltà."
La peste scarlatta

E' strano constatare come nella letteratura esistano corrispondenze a dir poco bizzarre per un occhio che la osservi attraverso il caleidoscopio del tempo. "La peste scarlatta" di Jack London - racconto apocalittico del 1912 che tratta l'estinzione della razza umana a causa di un germe trasmissibile per via aerea - presenta come primo riferimento temporale l'anno 2012 che nel breve romanzo precede l'anno di diffusione del contagio. Non posso negare che vedere scritta tale scadenza sulla carta da un autore vissuto un secolo prima di noi in qualche modo mi abbia messa in allarme. E lo ha fatto non per la banale "coincidenza" temporale, ma perchè dallo scrittore che ha partorito Il vagabondo delle stelle mi aspetto qualcosa di più che un semplice "scivolone" del caso.  
Sarebbe da sciocchi nella realtà mediatica in cui ci ritroviamo a vivere ignorare i riferimenti quasi quotidiani alla ormai prossima fine del mondo, ai vari calendari Maya, alle profezie nascoste nelle culture di ogni epoca che sembrano indicare una data di scadenza proprio nel fatidico 2012. Riguardo a questo evento è da parecchio tempo che cerco di farmi un'opinione cercando sensati riferimenti sul web, leggendo libri, scartabellando testi sacri di ogni religione per scoprire cosa in questa "favola" mediale vi sia di vero e cosa no.  E in questo balletto dai chiaroscuri indefiniti di recente sono finita ad interessarmi ad un libro di Giorgio Terzoli in cui la lettura degli eventi passati e prossimi è trattata in maniera talmente "scientifica" sulle basi di conoscenze astronomiche (ad es. la precessione degli equinozi)  e  "archeoastronomiche" (come la datazione delle piramidi della piana di Giza) da avermi inquietato non poco. Inquietato ed indotto a riflettere.
Terzoli certo affronta l'argomento in modo asettico, non vi è nulla di "letterario" nel suo modo di esporre i fatti, non vi è traccia di enfasi nei suoi discorsi, se non forse verso la chiusura del libro, in cui non viene risparmiata una dose di necessaria retorica. Ma per la maggior parte del tempo le teorie sono esposte con chiarezza e trasparenza e tra queste saltano subito all'occhio impressionanti analogie tra le culture egizie azteche e indiane riguardo all'origine e alla fine del mondo, analogie che - se fossero arbitrarie - risulterebbero comunque ben costruite e argomentate. Personalmente comunque ritengo vi sia davvero poco di inventato in quello che Terzoli dice a proposito della materia. Ed ecco come si traduce il trait d'union fra due libri, quello di Terzoli e quello di London, a prima vista così distanti fra loro: essi parlano della stessa realtà, l'uno in maniera del tutto scientifica e l'altro in modo visionario-letterario.
Jack London non era uno scrittore qualunque. Figlio illegittimo di un astrologo (e la cosa già qui pare sospetta) ebbe un'adolescenza irrequieta dalle frequentazioni poco raccomandabili. Dopo essersi mescolato a ladri e contrabbandieri opta per la vita raminga e viaggiando per l'America svolge un'interminabile lista di lavori differenti: dal cacciatore di foche al lavandaio, dall'assicuratore al cercatore d'oro. Tutta questa esperienza di vita vissuta contribuirà certamente ad arricchire il suo materiale letterario. Eppure, a mio avviso, c'è più di questo nell'ispirazione dello scrittore americano, qualcosa di più "sottile", quasi esoterico. Esiste il legame con una cultura sotterranea, un sapere nascosto che in modo simbolico egli traduce in letteratura con un linguaggio atto a sviare i sospetti, a non generare curiosità nei riguardi delle sue reali fonti di ispirazione. Ma inoltrandosi nel suo percorso formativo ed esperienziale è difficile rimanere alieni da tali sospetti. Nel 1911, ad esempio, un eminente professore dell'università di Berkeley - Alfred Kroeber - accoglie all'interno dell'università  anni prima frequentata dallo stesso London un indiano della tribù dei Yahi, l'ultimo rappresentante della sua specie. Non parla inglese,  nè spagnolo nè tantomeno un dialetto indiano conosciuto. Sarà solo attraverso l'aiuto di Edward Sapir - il massimo esperto di lingue amerinde dell'epoca - che Kroebber riuscirà a misurarsi con quest'uomo che per ben 5 anni sopravviverà fabbricando frecce e archi e suscitando la curiosità dell'intera America. Ora passiamo alle coincidenze. Sapir pubblica nel 1910 un libro intitolato "Testi della cultura Yana", una raccolta di scritti sacri della cultura amerinda di cui Ishi (tale è il nome dello sconosciuto indiano) è l'ultimo vero esponente. All'interno di questa raccolta esiste un capitolo intitolato : "Bluejay's Journey to the Land of the moon". Nel 1913 Jack London scrive un libro intitolato "The valley of the moon". E nel 1915 pubblica "Il vagabondo delle stelle", un libro incentrato sul concetto di viaggio astrale e reincarnazione in cui compare un personaggio indiano di nome Ushu, un arciere primitivo di cui il protagonista rivive le esperienze durante il primo dei suoi molti viaggi extra corporei. Continuiamo? Il professore che è fulcro della narrazione in "La peste scarlatta" insegna all'università di Berkeley.
Più che di coincidenze io parlerei di segnali e contaminazioni,  veri e propri indizi che conducono a quell'immenso e tuttora insondato bacino che è la cultura amerinda, con la sua vasta tradizione di dei creatori e dispensatori di bene e male, di magia ed esoterismo ai più alti e sconosciuti livelli.
"La peste scarlatta" dunque - a mio avviso - più che un romanzo risulta essere un celato avvertimento, un messaggio oscuro mascherato da visione, come molti dei documenti che sino a noi sono giunti e di cui non sappiamo riconoscere il significato, primo fra tutti "L'Apocalisse" di Giovanni.
Jack London - in linea con molte delle tradizioni antiche - nel suo romanzo non concepisce la fine del mondo come un'esplosione del pianeta o una punizione divina ma come un radicale cambiamento, un'estinzione che diviene sinonimo di sopravvivenza dei più forti e del precipitare verso il basso della società ormai distrutta. Gli uomini superstiti della grande epidemia si risvegliano in un mondo primitivo in cui non sono più dèi ma sono costretti a confrontarsi con la dura realtà della vita, una vita in cui il denaro e i privilegi non significano più nulla e dove la cultura giace dimenticata in virtù del dominio della barbarie e dell'aberrazione.
Non è questo, in fondo, il rischio che nel 2010 riguarda da vicino tutti noi? Non ci si sente stranamente portati a credere che in fondo una simile "fantasticheria" non sarebbe poi così inattuabile, considerato ilmondo in cui viviamo?
Allora se questo è vero, Jack London cos'era? Un narratore o un profeta sacrificato sull'altare dei segreti?
Aspetterò il 1° gennaio del 2013 per rispondere a questa domanda.

Francesca

PS: Libri citati nella recensione:
  • J. London: Il vagabondo delle stelle, ed. Adelphi
  • Edward Sapir: "Yana Text", 1910 - University of California Publications in American Archaeology and Ethnology Vol. 9, No. 1, pp. 1-235
  • Giorgio Terzoli : 2012 - L'ultimo mistero dei Maya, Minerva edizioni